L’onda perduta e la pigrizia dell’ideologia.
Per molti osservatori la bruciante sconfitta subita dalle sinistre il 13 e 14 Aprile è stata nelle sue proporzioni inaspettata ed imprevista. Noi stessi ne siamo rimasti stupiti. Tuttavia tale stupore è più auto-assolutorio che altro. I segnali della crisi erano evidenti da tempo, il logoramento subito dalle forze progressiste si ritrova infatti in un trend più ampio che parte da ancora prima del secondo governo Prodi.
La vittoria delle Regionali 2005 e le grandi manifestazioni di piazza degli anni precedenti diedero l’illusione a tutte le forze di sinistra, sia essa istituzionale o antagonista, di essere a cavallo di un’onda lunga destinata a culminare in una schiacciante vittoria nel 2006. Come noto, nel 2006 il risultato fu invece un pareggio risicato, una sconfitta viste le condizioni da cui si partiva. Il risentimento e l’antagonismo verso il governo Berlusconi non riuscì ad essere capitalizzato.
Problemi a capitalizzare caratterizzarono anche la sinistra antagonista, che nonostante l’apporto dato ai movimenti di opposizione popolare (come i No Tav) non riusciva da questi ad ottenere nuove forze o risorse per crescere.
Sintetizzando, vi è stata una certa incapacità di raccogliere dall’occasione storica dei primi anni del nuovo millennio il materiale umano e le risorse cognitive necessarie a sopravvivere alla successiva fase di “magra”.
Riteniamo che non sia mancata solo l’abilità, ma proprio l’orizzonte strategico. Son venute meno pertanto:
a. L’analisi sul medio periodo.
b. La volontà di confrontarsi con la possibilità (poi concretizzatasi) di un riflusso esteso sul lungo periodo.
Oltre a correttivi dell’ultimo momento, non si è andati. Ci si è limitati a saltare via via sul carro della contestazione sociale seguente, dai no-tav ai no-dal molin, poi con i campani contro gli inceneritori e in ultimo nella contestazione alla Fiera del Libro. Contestazioni sempre meno “capite” e “sentite” nella totalità del paese e da cui si è riuscito a prendere sempre meno sia come militanti sia come feedback di abilità o analisi. L’attuale situazione era insomma evitabile, se ci si fosse fermati ad analizzare i risultati ottenuti confrontandoli con quelli riscossi dai nostri “nemici”. Siamo stati pigri. Non si tratta infatti di cattiveria, di un piano ben congeniato, forse nemmeno di incapacità di analisi. Si tratta proprio di pigrizia. Dover aggiornare costantemente i propri modelli, dover ottenere sempre risultati, insomma doversi abituare ad una politica sempre più flessibile e concorrenziale (come l’economia con cui è in stretto contatto) è una dannata seccatura. Una fatica costante. Però le nostre energie si sarebbero dovute spendere proprio in quel senso.
Questo non si è fatto, compiendo un errore che ci costringe ora ad inseguire gli altri non più per prendere la “testa” della coscienza del paese, bensì per interrompere il ciclo che ci ha condotto alla progressiva marginalizzazione. La prospettiva per il prossimo ciclo politico sarà quindi non quella di “vincere e far pesare” le nostre idee e il nostro approccio, quanto quella di invertire il ciclo di marginalizzazione sociale che ha contraddistinto la fase discendente dei movimenti.
Scendere dal piedistallo per ricominciare a correre.
Mentre noi, come sinistra radicale o antagonista, si era fermi in estasi ad auto-ammirare la bellezza delle contestazioni portate avanti sotto il governo Berlusconi, le altre forze politiche costruivano egemonia.
La Lega costruiva un sistema di protezione che gli garantiva la sopravvivenza, nella fitta rete di amministratori presenti nel lombardo-veneto. Se i nostri giudizi su questi possono essere pessimi, la tenuta della Lega in queste zone d’Italia anche nei loro momenti di magra dimostra un forte radicamento che è stata la base di partenza del risultato notevole ottenuto alle ultime elezioni.
Berlusconi continuava il suo rapporto dialettico con la società attraverso l’uso dei media, costruendola e ricevendo al contempo da lei input continui. Il Cavaliere è stato in grado in questi anni di plasmare parte dell’attuale coscienza collettiva del paese, ma egli ha anche e soprattutto ascoltato. Mentre ascoltava i cambiamenti della società, anticipava i suoi avversari.
Alleanza Nazionale approfittava della situazione per completare la ripulitura, rendendosi sempre più “appetibile” per il grande pubblico.
Il Partito Democratico si andava costruendosi e frenava le perdite dei colonnelli di Sinistra Democratica fregandogli la loro dote maggiore, ovvero il rapporto primario e privilegiato con il sindacato. In più inglobava al suo interno le istanze dei c.d. poteri forti garantendosi un credito politico che darà i suoi frutti alla scomparsa del tycoon Berlusconi.
Da queste trasformazioni, iniziate non nei mesi pre-elezioni, ma qualche anno prima, ne sono usciti scottati i centristi dell’Udc, resistendo soprattutto grazie alla struttura territoriale/clientelare del voto. Ne sono invece uscite distrutte le forze di sinistra, incapaci di andare oltre alla richiesta del voto d’opinione.
Seguirà a breve anche la scure sul mondo antagonista, legato volente o nolente alla sinistra istituzionale da una cinghia di trasmissione di risorse politiche (collaborazioni, copertura etc.etc.). Il rischio concreto in caso di mancata riorganizzazione è quello di perdere il nuovo ciclo, vivendo per tutta la sua durata una fase di marginalità completa. Non scompariremo, ma sarà come se non ci fossimo, salvo qualche rigurgito di tanto in tanto. Non possiamo restare ad osservare la società dall’esterno, dobbiamo invece entrarvi dentro. Non “contaminarci”,ma viverla. Del resto quella è la realtà quotidiana delle persone a cui parliamo. Dovrebbe essere il contrario semmai, dovremmo essere noi a “contaminare” la vita degli altri. E anche le nostre, che non sono migliori o più belle. Come possiamo parlare alle persone se schifiamo come vivono? Se non lo proviamo sulla nostra pelle o quantomeno accettiamo di metterci allo stesso livello di chi subisce i problemi del degrado sociale?
Non possiamo poi limitarci a dare la colpa al governo delle destre.
La sfida è pertanto quella di approfittare di questa esclusione dal livello decisionale per riorganizzarci, attraverso un’opposizione che sia differente da quella già pratica per due motivi: non abbia come obbiettivo solo il governo Berlusconi, ma spazi anche alla critica del sistema attuale nel suo complesso. Inoltre dovrà essere una opposizione con il suo “fulcro” non nelle piazze, ma nelle strade.
Tornare nelle strade più che nelle piazze.
Molti compagni vedono il ritorno al governo di Berlusconi come il momento per scoprire la radicalità perduta. E’ vero, l’occasione è ghiotta. Limitarsi però ad urlare “Berlusconi cattivo” è controproducente. Per due motivi principalmente. In primo luogo c’è ormai un rigetto all’antiberlusconismo nella società, rimanendo questo presente solo in uno zoccolo di sinistra, anche ampio, che ha utilizzato il voto utile per sostenere il PD in chiave anti-berlusconi. Tuttavia questa parte della società è sicuramente minima, pertanto pur essendo un bacino di interesse e da considerare basare la propria strategia politica su di loro risulterebbe di scarso successo nel breve periodo e non riuscirebbe ad andare oltre la durata della legislatura. A noi serve un progetto che vada avanti ALMENO per dieci anni. Quindi con un blocco di riferimento che non sia portato a subire cambiamenti drastici in questo decennio. Ci serve insomma ricostruire il rapporto con una base sociale. Anche questa è mobile, ma con tempi più lenti rispetto al blocco ideologico/d’opinione. Inoltre il collegamento con un gruppo sociale, badando questo ai propri interessi più che all’astio per l’avversario, garantisce voti (per la sinistra istituzionale) e copertura/legittimità politica (per la sinistra antagonista) in misura maggiore rispetto al movimento di opinione. La storia italiana ha dimostrato che chi ha giocato sull’opinione e non sul radicamento sociale è stato destinato al fallimento: il Partito d’Azione, la Nuova Sinistra Unita, la stessa Sinistra Arcobaleno. Questo è il motivo per cui NON si deve cedere alla tentazione di basare la propria piattaforma politica sull’identitarismo. Troppe sono le risposte identitarie cui stiamo assistendo tutt’ora.
La via non è nel trincerarsi nei propri simboli. Bisogna essere inclusivi, non “esclusivi”. La reazione necessaria passa pertanto dai luoghi di aggregazione sociale, che per brevità indico come “le strade” e non da quelli del conflitto politico, le “piazze”.
La strada è il posto su cui si snodano le vite della popolazione con cui vogliamo parlare. Sulla strada danno le loro case, i portoni dei loro condomini. E’ un sistema dinamico e quotidiano, non statico ed estemporaneo come la piazza. Una linea continua che fa alti e bassi seguendo il reddito (principalmente, ma non solo), non un punto più o meno in alto sull’asse a seconda del successo della manifestazione.
Rappresentano l’ossatura dei quartieri, della comunità locale che vogliamo ricostruire. Sono le reti che dobbiamo sfruttare per ridare un corpo ad una società atomizzata.
Per una nuova militanza e una nuova organizzazione.
Fin qui la retorica e la teoria risultan chiare. Segue indubbiamente la necessità di un collegamento con la pratica. Come muoversi in queste strade? Come agire?
La via è quella di una nuova forma di militanza, che non si limiti alla propaganda, anzi che la releghi quasi in secondo piano, per concentrarsi sull’offerta di servizi sociali alla collettività. Ogni quartiere/borgo/paese/città ha dei problemi che lo Stato Sociale non può risolvere. Questo problema si acutizzerà con il tempo e la progressiva ristrutturazione del welfare state. Dire “Questo è male, scendiamo in piazza” non basterà più come già detto. Dovremo dare delle risposte pratiche, sul territorio.
Si parte dunque dall’inchiesta, per capire quale sia l’ambiente circostante. E’ importante che questa sia continua, non si deve fermare all’approccio iniziale, ma deve essere ripetuta con una certa cadenza. E’ la fase dell’ascolto insomma, che è alla base del nuovo approccio. Prima si ascolta, poi si risponde. Eventualmente si urla anche, essendo necessario anche quello. A volte.
La risposta è preceduta dalla riflessione. I problemi indicati dalla popolazione sono reali nelle loro dimensione, corroborati da dati, o sono esasperati da una percezione negativa? Questo è il passaggio più delicato, perché è forse più semplice risolvere un problema esistente, come può essere la mancanza di un tetto, che uno percettivo, come l’insicurezza. C’è da distinguere quanto pesi ogni variabile in ogni problema, vederli come complessi e non appiattirli secondo uno schema “vero/falso” .
La risposta stessa è poi oggetto di inchiesta, revisione ed analisi continua. Interessa non solo per i contatti che porta e crea, ma anche per le conoscenze che sviluppa, i problemi che a sua volta genera, i limiti che mostra. Non si deve temere di gettare via una risposta se non fornisce risultati in tempi ragionevoli. Non bisogna insomma avere talmente paura di fallire da rifiutarsi di vedere. Non possiamo permetterci di procedere con un progetto non funzionante solo perché vi siamo legati, dobbiamo imparare ad andare oltre.
Questa forma di militanza è indubbiamente più laboriosa, non tanto per il tempo richiesto, ma per la fatica mentale che c’è nello stare dietro a cambiamenti continui. A risultati sempre nuovi da analizzare. Non è però altro che l’adattare il fare politica alla modernità ed ai suoi ritmi. Sperare di costruire una alternativa di società con un approccio che in questa ci marginalizza è sbagliato. Questa via ci permette al limite di costruire una sacca, una riserva indiana, in attesa che ciò che vi è al di fuori collassi. Significa rimandare sine die, ad un domani messianico che prima o poi arriverà, qualsiasi possibile influenza sulla vita delle persone.
Il quadro in cui inserire questa nuova militanza è variegato. Individuiamo almeno tre modelli organizzativi diversi tra loro: il partito sociale, l’associazionismo ed in generale il terzo settore, l’occupazione sociale.
In termini molto generalisti possiamo porre questi modelli secondo uno schema che va dal più centralizzato (la forma partito) al più frammentato (l’occupazione). Il gioco non può escludere nessuna delle forme, esse devono anzi convivere. Le occupazioni sociali devono essere laboratori per tutto ciò che non è possibile sperimentare nella legalità, in particolare quindi la lotta al copyright e la costruzione di modelli di scambio a prezzo di costo. L’associazionismo ha invece il ruolo di fornire servizi in un quadro “flessibile”, rimanendo però l’elaborazione ad un livello molto locale, pur essendovi continuo circolo di risorse ed esperienze diverse dalle vari associazioni. Diversamente invece il Partito Sociale elabora le proprie risposte a livelli più alti, arrivando anche a proporre soluzioni più omogenee sul territorio (leggi, richieste di interventi specifici dai bilanci pubblici locali, regionali e in un futuro anche nazionali), tira insomma le file delle esperienze delle altre vie (ottenendo feedback, risorse cognitive, militanti, voti come lista di riferimento) e ad esse restituisce le risorse o la copertura politica per continuare ad agire.
Base però di qualsiasi forma organizzativa che voglia avere successo nei prossimi anni è e sarà il suo ri-radicamento nel territorio. Tornare nelle case e nelle vite degli italiani, non come un peso, ma con un ruolo positivo. Un ruolo sociale oltreché politico.